continua (next page) main index Un cavallo nero di legno a grandezza naturale.

Sulla sua testa campeggia un abat-jour.

Resto a bocca aperta, davanti alla vetrina, senza fiato. Si sentono solo le automobili che spalmano i loro copertoni sulla strada.

Poi mi passa il coccolone e mi ritrovo di nuovo nella realtà. È proprio un cavallo, a grandezza naturale. E gli hanno messo sulla testa proprio un abat-jour.

È un negozio di arredamenti. Molto moderno. Rido da solo, davanti a quella vetrina, pensando a chi comprerà quell'oscenità. Metti un cavallo nella camera da letto: servirà per reggere l'abat-jour.

Non sarà la camera dei bambini: per questi, il cavallo deve almeno dondolare, deve avere due occhioni, deve essere sorridente, deve avere colori chiassosi, deve essere ragionevolmente piccolo. Invece quello in vetrina è un cavallo nero, a grandezza naturale. È scolpito bene, ben fatto. Mi chiedo perché debba essere straziato da quell'abat-jour.

Mi rimetto in marcia, l'appuntamento è al monumento ai caduti. Incrocio il nonnetto in calzoncini e canottiera con una radio in mano, aggiustata con il nastro adesivo da chissà quanti anni, e l'antenna penzoloni... ah, le irrinunciabili partite! Quella radio è probabilmente uno strumento contro la solitudine. La porta con affetto, neanche fosse il suo cane. Anche la canottiera con vari aloni di precedenti sudate è portata con affetto.

Si sentono botti in lontananza. Questa è una terra in cui i botti ci sono in ogni momento dell'anno ed in ogni momento della giornata. Ci sono i botti per le feste, per i matrimoni, per i compleanni. Ci sono i botti per festeggiare i risultati delle partite. Ci sono i botti che sono avanzati dall'ultimo capodanno o dall'ultima festa patronale.

Questa è una terra dove si parla col rumore. Il clacson si usa anche in città, anche di notte, per salutare il conoscente senza dover sforzare le corde vocali.

Per i giovani di queste terre, i cellulari sono stati una vera manna. Musichette idiote infilate nei cellulari e fatte suonare di proposito, a tutto volume (poco importa che quei minuscoli speaker distorcano in maniera terribile), fatti suonare come compagnia. Il cellulare come soluzione tecnologica per chi non ha voglia di sprecare energie per fischiettare o tamburellare un motivetto.

Mi passa davanti una cicciona incredibile, mano nella mano col suo fidanzatino. Stanlio e Ollio. Alla faccia di chi dice che i barilotti di lardo non trovano marito.

Il monumento ai caduti lascia un senso di vuoto. Un enorme arco, che a tutto lascia pensare fuorché al sangue di chi ha combattuto per difendere quell'Italia che avrebbe visto mezzo secolo democristiano seguito da un quindicennio ancor meno entusiasmante.

Arzille nonnette con jeans attillati e rotoli di ciccia bene in vista. Un viavai interminabile di scooter, cioè di "figli di papà". Le signorine discinte che si girano per controllare se hai almeno guardato un pochino le loro curve, e che ancora pensano che trovare un marito serio, fedele e lavoratore, sia tutta questione di come (s)vestirsi in una sera d'estate come questa.

L'orrendo palazzaccio dell'ASL. Visto da lontano è impossibile ingannarsi: o è una scuola, o sono pubblici uffici. Visto da fuori, è talmente brutto che nessuno ci vorrebbe abitare.

Una ragazza mi ferma: "bello, vuoi darmi una sigaretta?" Bello io? Forse è così che i casertani apostrofano gli stranieri?

Vedo banche dappertutto (ma quanto costerà mantenerle? possibile che sia tutto con gli interessi dei depositanti?)

E poi il localino per mangiare qualcosa, con la cameriera "richiamo sessuale" per attirare i clienti. Una volta era famoso il proverbio: «ostessa carina, conto salato». Oggi le commesse e le cameriere vengono selezionate non sulle capacità, non sull'onestà, ma sull'aspetto fisico. Per qualche curioso meccanismo mentale, nel negozio di abbigliamento è raro trovare una commessa racchia, nel localino bene in vista è impossibile trovare una cameriera brutta. «Ostessa carina, conto salato».

Ora la cameriera "richiamo sessuale" è alle mie spalle. Sta ripulendo un tavolino. Parla con il gestore. Sembra una di quelle ragazzine appena uscite di casa per la prima volta, acqua e sapone, parla fluentemente un italiano corretto, non scolastico (caso raro, da queste parti, dove il dialetto - o almeno quell'italiano tanto ammaccato che suona quasi quanto il dialetto) è la lingua ufficiale. Chissà, magari è una straniera.

Altra vetrina, stavolta più interessante. Ho ancora tempo per andare a riprendere il treno. Bel vestito, eh? Farei spese pazze qua e là, se tutte queste cose avessero uno zero in meno sul prezzo (non voglio spendere 225 euro per comprarmi quella camicia!)

Ancora qualche orrido palazzone, ancora qualche brutto porticato... imbrattati così, sembrano un paesaggio da cupo film fanta-noir. Specialmente di notte.

La strada è quasi deserta. Passa un'auto, e il buontempone seduto sul sedile posteriore starnutisce in maniera esplosiva proprio mentre l'auto mi passa accanto. Dev'essere parte del folkore locale, o forse è un modo per accogliere i turisti. Imperterrito, gli grido "salute!" mentre l'auto si allontana, gustandomi per una frazione di secondo la sua espressione facciale passata dal divertito al sorpreso.


Il treno da Sulmona a Caserta passa sul curvone di Pettorano sul Gizio

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